L’immenso debito americano terrorizza Trump, i dazi minaccia per giungere alla ristrutturazione soft

E' il debito americano la vera ossessione del presidente Donald Trump, che usa la minaccia dei dazi per avviare una ristrutturazione soft.
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4 giorni fa
3 minuti di lettura
Il debito americano terrorizza Trump
Il debito americano terrorizza Trump © Licenza Creative Commons

Qualche ora ancora e sapremo quali stati faranno parte della “blacklist” del presidente Donald Trump e per quali prodotti dalla mezzanotte tra oggi e domani subiranno l’imposizione di dazi alla dogana. Un’attesa che da settimane sta mandando in crisi le borse mondiali e che suscita diversi interrogativi sulle reali intenzioni della Casa Bianca. Tra dichiarazioni di fuoco su “europei parassiti”, Groenlandia, Panama, Ucraina, Iran e Russia, qualcuno ipotizza che il tycoon sia semplicemente megalomane, per non dire pazzo. Una ricostruzione ingenua e tendenzialmente partigiana, che non tiene conto di un dato sopra ogni altro: il debito pubblico americano terrorizza Trump.

Ristrutturazione soft per debito americano

Se non partiamo da questo tema, rischiamo di vedere il dito e non la luna che esso indica. E le cancellerie straniere non sembrano attrezzate a sufficienza per capire che dovranno intavolare le trattative proprio sul debito americano e non realmente su questo o quel prodotto da fare uscire dalla lista dei dannati dai dazi. Trump usa le tariffe come minaccia per arrivare ad altro. E quell’altro si chiama “ristrutturazione”. In versione soft e non ufficiale, ma pur sempre ristrutturazione.

All’inizio di gennaio il debito americano risultava salito sopra 36.000 miliardi di dollari, a fronte di un Pil a poco meno di 29.000 miliardi. Il rapporto tra le due grandezze giace sotto il 125%. Se pensiamo che il Giappone ne esibisce uno doppio e senza che lo yen sia valuta di riserva mondiale come il dollaro, si direbbe che gli Stati Uniti non abbiano da andare nel panico. Ma guai a guardare i numeri con faciloneria. Il debito americano lo finanziano i creditori esteri. Valgono circa 8.500 miliardi i Treasuries nelle loro mani. Il problema è che il deficit cresce ormai al ritmo di 2.000 miliardi all’anno.

In rapporto al Pil, il 6,7% nel 2024, che è anche stato un anno di buona crescita.

USA “too big to fail”

Ma tutto il Pil mondiale valeva a fine 2024 intorno ai 110.000 miliardi di dollari. Sapete cosa ci dice questo dato? Gli Stati Uniti sono troppo grandi per fallire, ma anche per essere finanziati. Lo sono da qualche secolo, ma con la differenza che adesso emettono troppo debito per rifinanziare quello accumulato in passato e per generarne di nuovo. In pratica, a questi ritmi serve che ogni anno quasi il 2% della ricchezza globale prodotta venga destinata solamente all’acquisto dei nuovi Treasuries. Non è sostenibile.

Dazi come arma negoziale

Cosa avrebbe in mente Trump? Una sorta di Accordo di Plaza 2.0, dopo che il primo nel 1985 portò alla svalutazione concordata del dollaro. Il mondo è troppo diverso da allora. L’intesa bisognerebbe stipularla anche con stati non proprio amichevoli come la Cina. E c’è anche il rischio che un dollaro più debole scateni l’aumento dei rendimenti, facendo esplodere la spesa per servire il debito americano. Ecco che entrano in gioco i dazi. Trump vorrebbe offrire alle altre principali economie planetarie questa alternativa: tariffe più alte per vendere sul ricco mercato a stelle e strisce o un accordo per rendere il suo debito più sostenibile.

Offerta di Trump ai governi stranieri

Come funzionerebbe? Le banche centrali convertirebbero parte delle loro riserve per acquistare titoli del debito americano a lunghissima scadenza e con cedole basse. Si specula da tempo su un Treasury a 100 anni. Nulla di eclatante, se è vero che Paesi come Austria, Belgio, Messico e Israele hanno emesso in questi anni titoli per questa scadenza e persino l’Argentina nel 2017. Se oggi un Treasury a 30 anni rende più del 4,50%, probabile che Trump proponga un bond secolare con interesse non superiore al 2,5-3% per il valore di diversi trilioni di dollari. Allungherebbe la durata media delle scadenze e abbasserebbe la spesa per interessi.

I Paesi che accetterebbero un simile accordo, si vedrebbero esentati in tutto o in parte dei dazi. Continuerebbero a beneficiare delle esportazioni, ma accettando il costo implicito di subire una perdita in conto capitale con l’acquisto di titoli del debito americano con interessi fuori mercato. Male che andasse, grazie ai dazi Trump spera di aumentare le entrate fiscali. Il suo consigliere Peter Navarro le stima in 600 miliardi all’anno in più. Una previsione ottimistica, basata sulla fiducia che alla fine le importazioni non scenderanno granché. Cosa che cozza, però, con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare la bilancia commerciale.

Debito americano a rischio sfiducia

Può darsi che ci troviamo dinnanzi a una clamorosa follia dall’esito estremamente negativo per tutti, Stati Uniti in primis. O può darsi che Trump si riveli un abile business prestato alla politica e capace di rivolare gli equilibri finanziari mondiali a suo favore. I rischi esistono e sono grandissimi. Innescare un qualche meccanismo di sfiducia sulla sostenibilità del debito americano con una ristrutturazione implicita equivale a terremotare un edificio alto 100 piani. Un azzardo che conferma il terrore che a Washington in molti hanno circa la possibilità di continuare a gestire uno stock così elevato e che nessun governo negli ultimi 20 anni è riuscito a contenere per l’incapacità di opporre dei “no” agli elettori.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
Il suo motto è “Il lettore al centro grazie a una corretta informazione”; ogni suo articolo si pone la finalità di accrescerne le informazioni, affinché possa farsi un'idea dell'argomento trattato in piena autonomia.

2 Comments

  1. Complimenti per l’assai centrata analisi non sottolineata da altre grandi firme.
    È proprio così quello che l’editoriale sottolinea ed evidenzia.

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