Le pensioni in Italia sono da decenni il pilastro del sistema assistenziale. Un caso più unico che raro nel panorama internazionale, che ha provocato innumerevoli squilibri tra fasce della popolazione e tra generazioni. Mancano i soldi per aiutare efficacemente le famiglie con figli, ma al contempo spendiamo la percentuale più alta in Europa dopo la Grecia per il sistema previdenziale. Anziché cercare di risolvere il grande problema dei bassi stipendi creando le condizioni per un loro aumento strutturale, i governi hanno preferito puntare anche negli ultimi anni sulle pensioni come ammortizzatore sociale.

E, invece, l’aumento delle retribuzioni avrebbe un doppio impatto positivo proprio sulla previdenza.

Contributi Inps inferiori a spesa pensioni

Per prima cosa, se i lavoratori italiani guadagnassero di più, dovrebbero versare all’Inps maggiori contributi. Il gettito per l’ente salirebbe e coprirebbe almeno parte del “buco” che ogni anno lo stato è chiamato a tappare ricorrendo alla fiscalità generale. Il problema riguarda gli ex dipendenti pubblici. Tra versamenti e assegni pagati vi è un deficit nell’ordine di circa 30 miliardi di euro all’anno. Al contrario, il settore privato nel suo complesso versa già più di quanto percepisce. A dire il vero, sono i dipendenti a mantenere in attivo il dato totale.

Bassa occupazione, ma in risalita

L’aumento degli stipendi favorirebbe probabilmente la crescita dell’occupazione, che già oggi è salita a livelli record per l’Italia. In aprile, il 62,3% delle persone in età lavorativa risultava occupata. Tuttavia, i livelli medi europei di oltre il 70% restano molto lontani. Al Sud, in particolare, non si arriva al 50%. L’occupazione femminile su base nazionale resta sotto il 55%. Livelli retributivi maggiori spingerebbero un più alto numero di persone ad entrare nel mercato del lavoro, riducendo quel 33% di inattivi (12,7 milioni di unità) che grida vendetta.

Pochi iscritti a previdenza integrativa

E ci sarebbe una seconda ragione per la quale l’aumento degli stipendi impatterebbe positivamente sul sistema previdenziale italiano.

Alla fine del 2023 vi erano 9,6 milioni di iscritti a una qualche forma di previdenza integrativa. Di questi, il 27% non versa nulla. Si tratta di lavoratori iscritti per effetto di una norma che consente ad alcune categorie l’adesione automatica, a seguito del versamento di anche un solo contributo da parte del datore di lavoro. In pratica, solamente il 36,2% dei lavoratori risulta iscritto. La percentuale crolla al 23,9% tra gli under 35 e sale al 45,1% tra gli over 55.

Da aumento stipendi risorse per previdenza integrativa

In molti commentano che si tratti di un problema di scarsa educazione finanziaria. In effetti, sarebbero i giovani ad essere maggiormente beneficiari della previdenza integrativa. I loro assegni saranno interamente liquidati con il metodo contributivo e varranno in media, secondo diverse simulazioni, non oltre i due terzi dell’ultima retribuzione dall’80% attuale. Dunque, giovani insensibili o inconsapevoli del loro futuro? Per niente. Il problema è che guadagnano così poco da non potersi permettere di aderire alla previdenza integrativa. Un aumento degli stipendi darebbe loro questa possibilità. Oltre a versare di più all’Inps con cui percepire in futuro un assegno più dignitoso, avrebbero le risorse necessarie per accantonare una quota in favore del cosiddetto secondo e terzo pilastro.

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