Il presidente cinese Xi Jinping ha incassato il terzo mandato al XX Congresso del Partito Comunista. Un fatto storico per la Repubblica Popolare Cinese. L’attuale capo dello stato sarà il governante più longevo e importante dai tempi di Mao Zedong. E l’assise è stata l’occasione per proiettare nel mondo lo strapotere e la magnificenza di Xi, mentre le relazioni diplomatiche e persino economiche con gli USA di Joe Biden si allentano sullo sfondo di una guerra tecnologica sempre più calda.
Relazioni sempre più tese con gli USA
Agli inizi di settembre, l’amministrazione americana emanò un ordine esecutivo per vietare le esportazioni di tecnologie avanzate legate ai chip. L’intero pianeta teme che la decisione impatti inizialmente proprio sulle industrie dell’Occidente, molto dipendenti dalle importazioni cinesi.
Paradossalmente, la guerra tecnologica in corso rischia di accelerare i piani di Pechino per occupare Taiwan e procedere alla riunificazione. L’isola “ribelle” produce i due terzi dei semiconduttori e il 90% dei chip tecnologicamente più avanzati venduti nel mondo. Mettere le mani sulla sua industria significherebbe per la Cina accrescere il proprio potere anche su questo segmento produttivo. L’Occidente diverrebbe ancora più dipendente dalla sua economia.
I segnali in tal senso ci sono. Il Politburo di 205 membri ha visto la nomina di molti volti nuovi legati proprio alla gestione di imprese statali operanti nel settore tecnologico. Xi non ha intenzione di mostrarsi debole con il rivale americano. Debutta per il suo terzo mandato annientando ogni forma di opposizione o anche solo di critica interna.
Guerra tecnologica mentre crescita PIL cinese rallenta
Sotto di lui, l’economia cinese è cresciuta dell’83%, mentre nel decennio precedente di Hu di ben il 173%. Periodi molto differenti tra loro, ma sta di fatto che la crescita rallenta. Quest’anno è attesa al 3,3%, mai così bassa da inizio anni Novanta. La guerra tecnologica rischia di acuire le criticità, essendo tra l’altro la spia di una tendenziale chiusura dei mercati dopo decenni di globalizzazione imperante incontrastata.
L’economia cinese non possiede un mercato interno sufficientemente sviluppato per poter fare a meno delle esportazioni. Non è un caso che il tracollo dei suoi tassi di crescita abbia coinciso con la pandemia, che oltre ai danni provocati dalle chiusure, si è tradotta in un crollo delle esportazioni. La politica del Covid zero di Xi rischia di procrastinare ed esacerbare tali problemi. Tant’è che nei mesi scorsi proprio l’ormai ex premier si era mostrato critico verso tale impostazione. Probabile che questa sua mancata adesione alla visione del presidente gli sia costata la carica.
In mondovisione Xi ha voluto sfoggiare il suo potere e fatto presente all’Occidente che dispone della forza necessaria per fronteggiare qualsiasi scenario avverso.