File anche chilometriche per fare benzina e lunghe davanti ai supermercati, dove è stata razionata la vendita di acqua in bottiglia e persino della birra. Migliaia di cittadini si sono aggiunti nei gruppi Whatsapp, nati spontaneamente per segnalare i punti vendita dove poter acquistare le varie marche delle bionde e a quali prezzi. C’è chi segnala che per un farmaco contro l’allergia, pochi giorni fa si spendesse solo un dollaro, oggi ne servono 13. E’ il quadro della situazione nello Zimbabwe, stato dell’Africa sud-occidentale, che meno di un anno fa si liberava della lunga dittatura di Robert Mugabe dopo 36 anni. A luglio, il successore Emmerson Mnangagwa aveva vinto le prime libere elezioni, pur tra i dubbi della comunità internazionale e con stretto margine sul diretto avversario, scatenando proteste nel paese, qualcuna delle quali repressa nel sangue.
Eppure, ieri la borsa di Harare ha chiuso a quasi +18% e questo mese ha già messo a segno un rialzo di ben l’81%, portandosi a una capitalizzazione record di 23 miliardi di dollari, circa il 140% del pil. Lungi dal rispecchiare un’economia florida, la corsa azionaria, così come le lunghe file dinnanzi ai negozi, ricordano quanto da anni accade nel lontano Venezuela, dove una carenza generalizzata di beni ha provocato l’iperinflazione, esplosa a settembre al 488.865%. Qui, il flagello dei prezzi schizofrenici è stato vissuto appena 10 anni fa, quando l’inflazione arrivò alla cifra incalcolabile del 500 miliardi percento. Per comprare anche lo stretto necessario non bastavano nemmeno valigie piene con 100.000 miliardi di dollari locali.
Un’altra Venezuela in Africa, tra carenza di dollari e spirale mortale dell’economia
A seguito di quella crisi, la Reserve Bank of Zimbabwe ricorse all’adozione di più valute straniere, tra cui il dollaro USA e il rand sudafricano, sia per gli scambi interni che per quelli con l’estero.
E adesso, cosa sta succedendo? Da almeno un paio di anni, l’economia africana soffre di carenza di dollari americani, a causa dei cronici disavanzi commerciali con l’estero e per il calo delle rimesse degli emigranti. In pratica, adottando una moneta forte per commerciare, esporta poco e, quindi, entrano nel paese pochi dollari. La valuta americana si trova in tre forme: il dollaro in contante, quelli depositati nelle banche e anche denominati “zollars” e i “bond notes”, ossia strumenti emessi dalla banca centrale locale a un rapporto di 1:1 contro il dollaro USA.
Il piano economico del governo scatena il panico
Il neo-ministro delle Finanze, Mthuli Ncube, ha varato nei giorni scorsi un piano per la stabilità dello Zimbabwe e il cui obiettivo sarebbe di trasformare l’economia emergente in una mediamente ricca entro il 2030. Tra le misure introdotte, un’imposta del 2% sulle transazioni, che di fatto colpisce i pagamenti elettronici, realizzati perlopiù dalla povera gente senza possibilità di accesso ai dollari veri e propri. Ciò ha scatenato la reazione furente delle organizzazioni sindacali e molti risparmiatori si sono precipitati in banca a ritirare i loro risparmi, temendo che finiscano per essere espropriati dal governo come nel 2008.
Sul mercato nero, la caccia al dollaro si è tradotta in un tasso a premio per acquistarli del 350% dal 160% di qualche giorno fa. Insomma, se mai nessuno aveva creduto che un “bond note” valesse davvero quanto la divisa americana secondo il cambio di 1:1, adesso la sfiducia è diventata allarmante e palese, anche se il governo ritiene che la corsa ai dollari sarebbe ingiustificata e frutto solo di un panico destinato a rientrare “a giorni”.
Ncube rassicura sul mantenimento dei cambi multipli, ma stando a un sondaggio la quasi totalità dei cittadini (98%) vorrebbe la fine dei “bond note”, mentre quasi la metà sarebbe adesso favorevole al ritorno alla moneta nazionale. Gli effetti della carenza dei dollari si stanno facendo sentire in maniera drammatica, come la chiusura degli store locali della catena americana dei polli fritti, KFC, giustificata con la difficoltà a importare le materie prime per la ristorazione. Uno scenario del tutto identico a quello del Venezuela di 5 anni fa, quando iniziò la fuga delle società straniere per l’impossibilità di acquistare input necessari alla produzione. Rispetto a Caracas, però, Harare vorrebbe perseguire un piano di sviluppo improntato all’apertura ai capitali stranieri e alle privatizzazioni, per cui il rischio che la crisi in corso venga aggravata da misure di stampo socialista e restrittive della libertà del mercato appare modesto. E rispetto al paese andino, qui il ricordo del disastro dell’iperinflazione è così vicino e vivo, che nessuno sembra disposto a tollerare un governo irresponsabile sul piano monetario e fiscale.
Sovranità monetaria? Corsa agli sportelli delle banche e paura dell’iperinflazione
giuseppe.timpone@investireoggi.it