Con la vendita di un altro 15% a Poste Italiane, Vivendi esce quasi del tutto dal capitale di TIM. Resterà in possesso del 2,51% dal 23,75% detenuto per oltre un decennio. E meno male che ci sono stati i piani del governo Meloni per riprendere il possesso dell’asset telefonico. Come ha riconosciuto il quotidiano francese Le Monde, che ha definito “un disastro” la campagna italiana della famiglia Bolloré, ciò ha offerto ad essa un assist insperato per uscire dallo Stivale riducendo il danno.
Vivendi tentò di fare le scarpe a Berlusconi
Era il 2015 quando Vivendi si affacciava in Italia facendo shopping.
Due le realtà nel mirino: TIM e Mediaset. Amico dell’ex premier Silvio Berlusconi, il capostipite bretone Vincent inizialmente stringe un accordo per rilevare Mediaset Premium e dopo pochi mesi lo straccia per scalare Cologno Monzese. Arriverà al 28,8% del suo capitale, seminando il panico nel Biscione. Per la prima volta, rischiava la perdita del controllo.
Perdite miliardarie per Bolloré
Quell’operazione rappresentò l’apice del successo di Vivendi in Italia, ma anche l’inizio del suo declino. Le autorità di vigilanza notarono una concentrazione nel mercato delle telecomunicazioni, peraltro sempre impedita alla stessa famiglia Berlusconi. E si mossero persino le procure per indagare su un possibile caso di aggiotaggio. Il governo di allora, guidato da Paolo Gentiloni e che aveva come ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, non la prese bene. Già nei primi mesi del 2018 iniziavano le manovra per sottrarre TIM dalle grinfie dei francesi. Cassa depositi e prestiti entrava nel capitale e di lì a poco sarebbe riuscita a fare asse con i fondi, sottraendo il controllo del CDA a Vivendi.
Nel 2021, l’accordo con Fininvest per chiudere la querelle giudiziaria: uscita progressiva entro il 2026. Le perdite stimate sarebbero nell’ordine dei 500 milioni, mentre il conto TIM è salatissimo: circa 4 miliardi. Dieci anni dopo l’avvio della campagna d’Italia, dunque, Vivendi torna in Francia senza nulla in mano e con tanti soldi buttati. L’arroganza non paga. Il sistema Italia, piaccia o meno, lo ha fatto capire sia ai Bolloré che a tutti i loro connazionali. Quando si dice parlare alla nuora perché suocera intenda.
Bilanci TIM più magri sotto i francesi
Se c’è stato un elemento positivo di tutta questa vicenda, è la presa d’atto che la rete telefonica non poteva essere lasciata alla mercé di appetiti stranieri. Da cui lo scorporo dei mesi scorsi con la cessione al fondo americano Kkr, ma con la partecipazione del Tesoro nel capitale della società di gestione NetCo. Operazione avversatissima per molto tempo da Vivendi, che non a caso ha deciso di disinvestire in TIM dopo avere perso la madre di tutte le battaglie, cioè tenersi la gallina dalle uova d’oro.
Fatto sta che TIM in questo decennio ha pagato a caro prezzo l’assoggettamento al controllo francese. Vivendi ereditò una compagnia con quasi 20 miliardi di fatturato, 7 miliardi di Ebitda e un debito finanziario netto di 27,3 miliardi. La lascia con un fatturato sceso a 14,5 miliardi, un Ebitda di 3,7 miliardi e un debito a 7,3 miliardi. Quest’ultimo risulta crollato con lo scorporo della rete, a cui è stata appioppata gran parte delle passività.
A fine 2023, però, ammontava ancora a 25,8 miliardi. La capitalizzazione in borsa nel frattempo è crollata del 75%.
Vivendi lascia macerie
Bilanci più magri e arretramento sul mercato domestico. TIM possedeva una quota di oltre il 30% della telefonia mobile e del 58,7% per la fissa nel 2015. Nel 2024, le percentuali erano scese rispettivamente al 23,5% e al 38%. E’ stata superata da WindTre come diffusione di sim. Un mezzo disastro, che diventa completo con gli scarsi investimenti realizzati sulla fibra ottica. Tant’è che, sempre nel decennio scorso, si rese necessario l’intervento del governo – c’era Matteo Renzi a Palazzo Chigi – con la nascita di Open Fiber, società inizialmente controllata al 100% da ENEL e CDP Equity. Vivendi va via lasciando macerie.
giuseppe.timpone@investireoggi.it